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ANDIAMO A PRENDERCI LO STADIO

Chi ha seguito la nostra storia, dal 2004 a oggi, sa che siamo sempre stati riservati. Una scelta istintiva, per proteggere lo spazio di libertà che c’eravamo ritagliati dentro un calcio che stava cambiando a ritmi folli. Se andavi in curva negli anni Duemila era impossibile non maturare la consapevolezza che nel calcio italiano era in corso una battaglia su chi fosse il padrone del gioco. Da una parte trovavi i presidenti, gli sponsor, la FIGC, i governi, i grandi media, le forze dell’ordine. Dall’altra, quei tifosi (soprattutto ultras, ma non solo) che non si rassegnavano alla passività e alla distanza che il nuovo modello imponeva loro in nome del profitto di pochi. I rapporti di forza erano del tutto squilibrati e le cose non sono andate bene. Non basta parlare dei tamburi e dei colori di un tempo. Non è solo l’atmosfera dello stadio a essere cambiata. E’ un intero modo di vivere il rapporto con il calcio che è stato cancellato. I più vecchi di noi si ricordano di quando era possibile suonare a casa del «dottor» Socrates di notte, per chiedere un parere sulla salute del proprio figlio. Si ricordano di quando Baggio entrava in curva Fiesole, si avvicinava al banchino del Collettivo e, quasi con timidezza, chiedeva quanto costava una sciarpa, con già il portafoglio in mano. Per molti di noi, dunque, quanto sta avvenendo oggi è parte di un percorso di vita iniziato tanti anni fa, con le prime confuse sensazioni che a tutto questo bisognasse opporsi. Il Lebowski è stata una tra le tante strade che abbiamo battuto. E’ stata una strada fortunata, se siamo ancora qui. Essendo un tesoro insperato, lo abbiamo custodito gelosamente.

Oggi, dopo più di 10 anni, abbandoniamo per la prima volta la nostra riservatezza. Abbiamo bisogno di fare un appello pubblico e adesso spiegheremo il perché.

Quando nel 2010 abbiamo deciso di fare il Centro Storico Lebowski l’idea era ambiziosa e semplice allo stesso tempo. Il mondo del calcio stava fabbricando un tifoso passivo e distante. Noi siamo andati in direzione opposta: abbiamo fatto una società che era proprietà collettiva dei tifosi. Siamo ripartiti dalla Terza categoria e abbiamo scoperto che il «calcio minore» soffre, in piccolo, degli stessi mali della serie A. I piccoli profitti sostituiscono i grandi business, gli assessori sostituiscono i ministri, i direttori sportivi agiscono per mettersi in tasca magari 1.000 euro al mese, invece che milioni di euro. In questi anni, nel calcio minore toscano, abbiamo portato più spettatori di tutti, più calore di tutti, più spettacolo di tutti. Questo ci sarebbe bastato e avanzato, ma come effetto collaterale abbiamo anche vinto più di tutti. Con un bilancio solido e i pagamenti per le iscrizioni che non hanno mai ritardato di un giorno. Abbiamo perseguito questi risultati in un momento in cui, a causa delle difficoltà economiche sempre più diffuse, le risorse a disposizione del calcio dilettantistico tendono a scomparire, mettendo in ginocchio società storiche, provocando la chiusura di molte scuole calcio e il ridimensionamento delle potenzialità educative e sociali del calcio minore. Siamo così consapevoli di essere un modello per quanto riguarda la sostenibilità economica, la capacità aggregativa, la solidarietà e, proprio grazie a questo, anche per i risultati sportivi. In questi sei anni di esperienza, abbiamo prima sognato e poi maturato diverse idee sui metodi pedagogici con cui portare avanti la nostra scuola calcio (che stiamo aprendo al giardino dei Nidiaci, in san Frediano, un luogo che ci è molto caro) e un settore giovanile, rafforzando il nostro staff tecnico di figure qualificate e in sintonia con l’idea di ripartire dal «gioco di strada». Sognamo uno stadio in cui i campini destinati alla scuola calcio siano lasciati aperti ai bambini anche al di fuori degli orari dell’allenamento, in modo che la continuità dei momenti ludici tra l’allenamento e le interminabili partite con gli amici sia esaltata in massimo grado.

Abbiamo poi rafforzato la nostra convinzione che un’impianto sportivo possa diventare un luogo decisivo nella socialità di un territorio, non solo su scala locale, ma per l’intera area metropolitana, che ci pare ne abbia tanto bisogno. Da questo punto di vista, stiamo studiando dei progetti per trasformare un campo da gioco in un’area in grado di vivere tutta la settimana, allo stesso modo delle cittadelle del consumo in cui vengono riprogettati gli stadi delle grandi squadre, ma in senso esattamente opposto. E allora, nel nostro futuro stadio stiamo disegnando degli spazi per il teatro per l’infanzia, degli spazi di studio postscuola e preallenamento, dei luoghi di incontro estranei alla logica del profitto, qualcosa di simile alle vecchie «case del popolo» e ai circolini di quartiere.

In questi anni abbiamo dimostrato di saper rendere reali i nostri sogni, con poche chiacchiere. E allora, perché stiamo lanciando un appello pubblico?

Perché vogliamo uno stadio in cui far vivere tutto questo, lo abbiamo individuato nell’impianto di San Donnino, nel comune di Campi Bisenzio, e stiamo incontrando la stessa situazione che abbiamo lasciato in serie A: una questione di rapporti di forza squilibrati. Quando si parla di spazi pubblici come gli impianti comunali, in questi anni di sport a Firenze abbiamo misurato come la logica che prevale non sia quella, sbandierata nei proclami istituzionali, di garantire la qualità dei servizi per il territorio. Nella nostra esperienza, abbiamo sempre visto prevalere la logica dei piccoli e grandi interessi privati, dei legami clientelari, degli assessori che assegnavano i campi come feudi privati, del modello «caccia e raccolta», di una politica attenta alle compatibilità e non alla qualità dei progetti.

Il modello «caccia e raccolta» si può descrivere come l’arrivo su uno spazio pubblico dell’«amico dell’amico» di un politico o di qualche potenza economica (spesso banche e società immobiliari), che sfrutta per qualche anno il territorio (affittando i campi), non investe un euro nella manutenzione, non tira su nessun progetto educativo e sportivo rilevante (come invece il bando di concorso prevederebbe) e infine, quando il degrado delle strutture è troppo pronunciato, restituisce il campo alle istituzioni comunali in condizioni drammatiche. Profitti per pochissimi, danni per la comunità.

Noi abbiamo delle armi per opporci a questa logica, in tutte le future faccende che riguarderanno il campo di San Donnino (il cui bando dovrebbe uscire al più tardi a febbraio 2016) come un altro qualsiasi impianto pubblico dell’area metropolitana di Firenze: partecipazione, inchiesta, comunicazione, conflitto. Bisogna andare a mettere il naso con convinzione negli interessi in gioco, ricostruire le reti clientelari, prestare attenzione alla regolarità dei bandi, comunicare con coraggio come stanno le cose, prenderci dei rischi e delle responsabilità.

Quello di San Donnino è il terzo impianto pubblico, in attesa di assegnazione, che frequentiamo nella nostra storia. Con i primi due (Paganelli e Cascine del Riccio) abbiamo assistito a vicende incredibili, grottesche, vergognose. Ora siamo meno ingenui e più determinati a portare la contraddizione fino in fondo. Insomma, siamo «in mezzo ai guai» e in questo momento chiediamo un sostegno a quello che è l’essenza del nostro progetto: la proprietà collettiva della squadra, ciò che ci differenzia. Su Facebook abbiamo migliaia di «LIKE» e di questa cosa siamo contenti, perché è uno strumento di cui ci serviamo per comunicare. Ma se vi riconoscete nel progetto del Lebowski, con una provocazione vi chiediamo di togliere un «LIKE» e di fare una tessera socio, perché c’è bisogno di presenza per far arrivare con chiarezza a «qualcuno» che il «nostro caso» è un po’ particolare. Abbiamo l’obiettivo di raggiungere la quota di 500 soci, che dal punto di vista simbolico costituirebbe una cifra straordinaria per accreditare la nostra partecipazione ai bandi pubblici, fornendo un chiaro esempio delle potenzialità di una proprietà collettiva rispetto ai deserti scenari del calcio di oggi.

In questi giorni, apriremo in riunione – e su internet per chi è lontano – una discussione tra i soci su quale progetto presentare rispetto allo stadio di San Donnino. Sarà uno dei momenti più importanti della nostra storia. Sarà un esempio chiaro di come essere socio del Centro Storico Lebowski voglia dire dire rifiutare la passività dei tifosi-clienti. Di come voglia dire essere militante per un calcio diverso. Se non combattiamo, le cose andranno sempre allo stesso modo.

FORZA LEBOWSKI

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